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Velo nacque il 24 febbraio 1766 da Marco Egidio
Negri e Laura Montanari, famiglie tra le più ricche e distinte
della nobiltà vicenti-na2. Per educare ed istruire la propria
primogenita, destinata poi a rimanere l'unica erede del copioso patrimonio
di famiglia, i genitori introdussero Ottavietta (così veniva
chiamata fin dalla più tenera età) nel monastero-col-legio
di S. Bartolomeo a Verona. La bambina descrisse alla madre la sua vita «scolastica»
attraverso una regolare e fitta corrispondenza, che permet-te di
comprendere come in convento le giovinette venissero soprattutto educate a
sottomettersi alla volontà altrui, delle suore e dei genitori
prima, del marito dopo il matrimonio. Ottavia sarebbe stata costretta a
farsi mona-ca per affidare l'intera eredità al fratello Marzio, se
quest'ultimo non si fosse ammalato gravemente, tanto da far temere per la
sua vita. Dopo la malattia del fratello la famiglia Negri si preoccupò
di trovare un marito degno di una nobile e ricca fanciulla qual era
Ottavia. In una lettera del 1779 la zia Costante s'informava presso la
madre della ragazza sugli accordi presi dalla famiglia con il conte Maffei
che intendeva chiederla in sposa per suo figlio; venuta a conoscenza
ditale intenzione, Ottavia chiese di essere tenuta al corrente
sull'evolversi della trattativa
Accanto alla cronaca prettamente politica compaiono nella narrazione di
Ottavia osservazioni di natura diversa o più frivole: scrisse,
infatti, di calamità meteorologiche o dell'inna-moramento di molte
nobildonne per gli ufficiali francesi, che le seduceva-no, ma altrettanto
in fretta le abbandonavano, oppure raccontò di cerimo-nie religiose
e civili, rammentò gli spettacoli tragici o comici nei teatri
citta-dini o le feste «in casa Trissino» o «dal Cordellina».
Invece non emise mai giudizi su singoli cittadini e non narrò mai
fatti che riguardassero diretta-mente la sua famiglia. Ciò fa
presuporre che accarezzasse l'idea di pubbli-care il suo scritto, che però
non riuscì né a concludere né a rivedere per una
eventuale stampa. Infatti morì nell'aprile del 1814 e il suo diario
si concluse poche settimane prima.
Con il suo Giornale Ottavia non si assume l'incarico di «fare storia»,
ma di essere testimone della storia; non si tratta di un'opera
storiografica, ma cronachistica, che traduce sulla carta i principali
fatti accaduti in quel periodo, stilandone un accurato resoconto. Accanto
all'importanza storica è tuttavia necessario dare risalto anche
all'esperienza umana che viene messa in luce grazie alla cronaca della
Negri Velo: la caratterizzazione della vita quotidiana, i sentimenti della
gente, costretta a sobbarcarsi il pesante fardello d'una esistenza
infelice per la mancanza di libertà, per l'incertezza e le
sopraffazioni sono i quadri della vita sociale che Ottavia ci illustra con
la sua minuziosa cronaca.
I suoi figli, morti entrambi nel 1831, furono sepolti nella tomba di
fami-glia, nella quale di Ottavia non si trova traccia. Infatti sappiamo
dal Liber mortorum della chiesa di Santo Stefano che fu sepolta nel
cimitero di S. Felice. Probabilmente il tumulo fu disperso con la
soppressione di quel cimitero. In sua memoria rimane la lapide nella
chiesa di S. Stefano.
- L'anno
di nascita 1766 è riportato nel certificato di morte di Ottavia,
mentre in altre fonti la sua nascita si fa risalire al 1764
- I Negri erano una delle famiglie più antiche
della nobiltà vicentina: esiste un rogito del notaio Vincenzo
Negri del 1227 e nel chiostro dell'ex convento di 5. Bortolo (oggi sede
dell'Ospedale civile di Vicenza) è visibile una pietra tombale
del XV secolo col loro blasone, che originariamente era costitui-to da
una fascia trasversale argentea con tre teste di moro su campo
azzurro-verde. I primi possedi-menti terrieri dei Negri erano sui colli
berici vicino a Perarolo, successivamente la famiglia si trasferì
in città: del 1608 è il documento di acquisto del palazzo
di fronte alla odierna chiesa di 5. Stefano, firma-to da Vincenzo Negri
(acquirente) e Massimiliano Porto (venditore). Nel 1637 Vincenzo Negri,
allora sopraintendente delle cernide dei territori di confine dei sette
comuni e del canale Brenta, riuscì a con-ferire
all'amministrazione di sua competenza l'organizzazione e l'efficenza,
che da tempo le mancava-no, tanto da meritare il titolo di conte e il
privilegio di poter inquartare il suo stemma con il leone di San Marco.
Nella seconda metà del Settecento la famiglia Negri era una delle
più in vista della città sia perché alcuni suoi
membri ricoprivano cariche pubbliche, sia perché era inserita in
un ambiente cultu-ralmente e socialmente fervido, tanto che in una
lettera del carteggio di famiglia si trova un accenno alla visita
dell'ambasciatore di Francia a Casa Latina allo scopo di osservare la
tenuta agricola e i siste-mi di coltura dei conti Negri. Potremmo
infatti azzardare che i Negri si occupassero di agricoltura
scientificamente. La famiglia Montanari, pur se entrata tra i nobili
molto più tardi, era comunque in possesso di un ragguardevole
patrimonio, accumulato grazie a fruttuosi investimenti nella manifattura
e nel commercio di lana e seta. Dopo essersi ulteriormente arricchiti
sfruttando soprattutto rendite ter-riere, i Montanari riuscirono a
coronare il sogno di tutte le famiglie ricche: diventare nobili. Infatti
nel 1687 ottennero l'iscrizione al Libro d'oro, nel 1693 un primo
riconoscimento per l'intercessione di Giovanni III, re di Polonia, che,
avendo bisogno di denaro, li creò conti di Ladizin, e dopo
ulteriori esborsi il riconoscimento giunse anche dalla Serenissima;
successivamente fu concesso loro persino il privilegio di congiungere
due cognomi e divennero Leoni-Montanari.
- Isabella sposò Giulio Scroffa, che con la sua
scarsa avvedutezza ed il dispendioso tenore di vita creò seri
problemi al bilancio familiare; intrattenne con Giovanni Da Schio una
lunghissima corrispon-denza, morì il 31luglio 1831.
- Girolamo Egidio, dopo aver studiato a Parma e a
Venezia, si dedicò ai viaggi e alla cultura, entrò in
contatto anche con Gino Capponi, Ugo Foscolo e Confalonieri,
partecipando almeno ideologica-mente ai moti rivoluzionari del 1821.
Mori nel febbraio del 1831, a soli 38 anni, senza lasciare alcun erede.
Nel suo testamento però lasciò scritto che fosse costruita
una cappella nel cimitero monumenta-le e vi fossero riposti i resti
mortali di Andrea Palladio.
- Un esempio significativo si può riscontrare
nella sconfinata cronaca degli Arnaldi-Tornieri, in cui si avvicendano
alla stesura nonno, padre e figlio.

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