INFORMATIZZAZIONE DELLA SOCIETÁ E QUALITÁ DELLA VITA

(Giuseppe Dal Ferro)


Le conquiste della tecnica hanno in questi anni rivoluzionato il modo di pensare e la convivenza umana. E' in atto una rivoluzione epocale, se è vero che le grandi tappe della storia sono segnate dal passaggio dal nomadismo alla stanzialità, quando le tribù nomadi di pastori si sono convertiti all'agricoltura; dall'affermarsi della macchina a vapore che ha sostituito la fatica muscolare umana; dalla comunicazione di massa e ora dall'informatizzazione interattiva, resa possibile dalla combinazione informativa elettronica e telematica, la quale ha aumentato a dismisura l'informazione, modificata la stessa logica razionale e resa possibile la fruizione di mondi virtuali.

La realtà non sembra più obbedire solo alle leggi dell'oggettività e ancor meno alle grandi periodizzazioni del passato delle filosofie della storia. Essa è divenuta frutto di infinite soggettività, che di essa si sentono creatrici. A questa esperienza narcisistica si uniscono però anche lo smarrimento per l'impossibilità di controllare le infinite variabili, la conflittualità, l'emergere del potere ed infine i condizionamenti stessi delle tecnologie usate. L'uomo viene a trovarsi a vivere in una realtà demitizzata, senza certezze e prospettive, in una cultura senza nome, cioè nel "post-moderno" (1). E' il periodo del pensiero debole, della chiusura nel soggettivo, della narcisistica fruizione dell'immaginario come realizzazione (2). Si tratta di un profondo cambiamento in atto nella vita e nella società, conseguente ai processi di informatizzazione e di telematizzazione (3) che potenziano le capacità umane, annullano le distanze, offrono precise indicazioni per la programmazione, cambiano sostanzialmente i ritmi e i sistemi lavorativi. Il problema aperto è sugli effetti che questi radicali mutamenti producono nella liberazione e nella maturazione effettiva dell'umanità e nelle risposte che essi sono in grado o meno di offrire ai profondi interrogativi dell'uomo, a condizione di un supplemento di responsabilità e di impegno etico e politico (4).

Cerchiamo di orientare la nostra indagine sull'origine e sullo sviluppo della società dell'informazione e sui cambiamenti radicali conseguenti, per soffermarci sulla necessità di non autoemarginarci da essa, assumendo invece la piena responsabilità affinché essa si ponga al servizio della qualità della vita dei singoli e della collettività.

1. Origine e sviluppo

Le scoperte scientifiche sono state ordinariamente nella storia dell'uomo fonte di progressiva emancipazione e di sviluppo. La nostra epoca è segnata da un nuovo grande passaggio storico, conseguente alla trasmissione alla memorizzazione e al recupero dell'informazione tramite i processi informatici e telematici. Sono superate oggi le invalicabili categorie dello spazio e del tempo (5): uno può entrare in contatto con le informazioni che nel mondo si producono ed insieme può confrontarle fra di loro e con quelle del passato. E' una autentica rivoluzione che trasforma radicalmente su scala planetaria il panorama sociale, culturale e politico. L'informazione diviene perciò la nuova ricchezza, il nuovo mercato, il nuovo lavoro, il nuovo potere, il nuovo sviluppo. Introdotta nelle case con la telematica, diventa anche forma alternativa di socializzazione del modo di vivere degli uomini (6). A sua volta essa genera nuove povertà, non dovute alla mancanza di beni materiali, ma all'esclusione dai circuiti informativi.

A mano a mano che le tecnologie informatiche o dell'informazione si diffondono, scrive David Lyon, "i modelli di lavoro, la vita familiare, gli svaghi, il tempo libero e persino il modo in cui percepiamo noi stessi, in quanto esseri umani, sono tutti destinati a subire importanti trasformazioni. Questo processo di sfaldamento di tradizioni ed assetti sociali ormai dati per scontati è così generale da indurre molti ad invocare il concetto di 'società dell'informazione' come griglia interpretativa di quanto sta avvenendo" (7).

Qualcuno vede in questo rivolgimento socioculturale, chiamato post-industrialismo, l'inizio di una società nella quale l'uomo, emancipato dalla natura, può finalmente fare scelte in piena autonomia, proprio per un potere distribuito capillarmente e per il suo esercizio possibile a tutti. Altri invece parla di nuova schiavitù a causa di una "tecnologia centrale" nella mani di pochi. Altri infine, più realisticamente, ritiene l'espressione "società dell'informazione" uno slogan che, in un momento di crisi, ha riacceso la tradizionale fede nel progresso tipica dell'Occidente (8).

Lo sviluppo delle nuove tecniche è dovuto principalmente a due fattori, quello militare e quello commerciale, che hanno finito per coinvolgere gli stati (9). Alla fine della seconda guerra mondiale si pensò che le società moderne dipendessero in gran parte dalla tecnologia, data l'esperienza esaltante fatta dell'impiego dei radar e dei primi computer nel conflitto. Furono le guerre successive della Corea e del Vietnam a diffondere queste tecniche e il programma di voli spaziali a perfezionarle. Si pensò così negli Stati Uniti a un futuro nel quale sarebbe stato possibile combattere le guerre senza uomini, con computer capaci di riconoscere la voce umana, di capire, di ragionare, di co-pilotare carri armati privi di equipaggiamento. Lo scudo stellare (SDI) non è estraneo a questo sogno e la guerra del Golfo è stata un esempio parziale delle possibilità delle nuove tecnologie. Accanto al fattore militare si è posto quello commerciale, che ha internazionalizzato i mercati e resi possibili i servizi a distanza, creando integrazioni verticali ed orizzontali fra le società. L'informazione anzi è divenuta essa stessa la più grande industria con il più grande mercato, data la nuova rilevanza dalle conoscenze sui beni materiali. Alla passata ricerca del possesso della proprietà privata si sostituì così il possesso delle informazioni e il loro controllo. Tali sviluppi finirono per coinvolgere gli Stati, preoccupati di adaguare le proprie difese militari e di sostenere la competitività dell'economia.

2. Cambiamenti radicali

L'introduzione e l'estensione delle tecniche informatiche e telematiche nel mondo hanno prodotto una vera rivoluzione in tutti i settori, dall'economia alla politica, alla cultura, all'antropologia, alla società. Secondo Daniel Bell, la tecnologia è stata in questi anni il motore primario nel miglioramento degli standard di vita e nella riduzione delle disuguaglianze sociali ed ha creato una "nuova classe" di ingegneri e tecnici, un nuovo modo di pensare funzionale al quantitativo, nuove dipendenze economiche e sociali, una modificazione della percezione estetica del tempo e dello spazio (10). Come si vede l'analisi del Bell tende ad associare, senza troppo approfondimento, i mutamenti quantitativi del secolo con i miglioramenti qualitativi della vita. Cerchiamo di analizzare i settori principali del mutamento, evidenziando anche gli aspetti equivoci di tale sviluppo.

a) L'economia. Con l'informazione questa è cambiata, sia nei ritmi produttivi sia nei consumi. Il lavoro, in gran parte automatizzato, ha portato l'uomo a funzioni prevalentemente di controllo ed ora sembra prospettare possibilità di decentramento a misura e a ritmi indubbiamente più umani. I mille servizi poi consentono ai produttori e ai consumatori controlli, scelte, forme di scambio molto agili e veloci. David Lyon affronta a tale proposito due problemi interessanti (11), sui quali riferisce ampliamente il pensiero degli autori: si chiede innanzitutto se le tecniche informatiche rappresentino o meno un quarto settore economico aggiunto all'agricoltura all'industria e al commercio, e se modificano radicalmente la struttura della produzione; se la nuova situazione poi porti o no al superamento delle tradizionali classi sociali. Circa il primo problema, cioè quello dell'informatizzazione come nuovo settore economico, l'autore ritiene complesso il problema e rinuncia a parlare di unitarietà. E' quindi più incline a vedere una trasformazione dei tre settori tradizionali che a riconoscere un quarto settore. Questa ipotesi sembra avallata anche dal fatto che se la "conoscenza" è divenuta il nuovo potere, non sono i lavoratori del settore informatico a gestirlo. Circa il secondo problema, cioè quello dell'ipotesi del formarsi di nuove classi, D. Lyon prende le distanze sia da chi utopisticamente vede nelle tecniche informatiche un superamento di esse per un "crescente egualitarismo" (D. Bell), sia da chi, rifacendosi all'analisi marxista, vede il configurarsi di nuove "reti di élite" e di nuove forme di alienazione (D. Albury, J. Schwartz e H. Braverman). Il problema chiave potrebbe essere, secondo l'autore, l'affermarsi di un ceto medio con buona qualificazione culturale, espressione dello "status quo" della società, contro il quale potrebbero organizzarsi, con una non facile opposizione, movimenti ideali rivendicazionistici quali i sindacati, il femminismo, il pacifismo e le varie forme di integralismo religioso. Infatti, egli osserva, "nel complesso il personale amministrativo, manageriale e professionale tende ad essere fondamentalmente conservatore, ed è molto improbabile che tenti di sfidare l'esistente status quo" (12). Forse allora potremmo concludere con Alain Tourine che ritiene la società dell'informazione caratterizzarsi per essere una "società programmata" (13), con tutte le semplificazioni utili ma anche dannose che questo termine comporta.

b) Il potere politico. E nota al riguardo l'affermazione slogan di Alvin Toffler di "municipio elettronico" (14). Le nuove tecniche, secondo l'autore, potrebbero offrire la possibilità di una democrazia diretta, fornendo ai cittadini lo strumento per esprimersi in continuità. Secondo Yoneji Masuda i referendum continui possono dare alla gente la possibilità di decidere su questioni che riguardano tutti, e dare così peso effettivo alle scelte individuali (15). Questa fantasiosa e forse affascinante prospettiva tuttavia è da molti studiosi criticata, proprio per gli equivoci che cela. Sappiamo come le scelte politiche in democrazia debbano essere frutto di confronto e di dibattito e non soltanto di consultazione e richiedano quindi livelli diversi di maturazione, i quali storicamente hanno preso forma nel meccanismo della rappresentanza. E' noto inoltre che alla base sta il problema della "democrazia informata", senza della quale prevale la propaganda, considerata da Jürgen Habermas la morte della democrazia (16). Si aggiunga in fine il pericolo di una specie di "totalitarismo elettronico" (M. Foucault) o nuova prigione (17), tenendo conto che ogni servizio porta con se ulteriori controlli da parte di agenzie, le quali possono fra loro interagire. Si determinerebbe così una società dei dossier (K. Landon): "i cittadini dei nostri giorni stanno veramente diventando - si chiede David Lyon - le infelici ed inconsapevolmente accomodanti vittime delle sottili e sofisticate tecnologie del potere rese possibili dalla IT (Informatizzazione Telematica)?" (18).

c) La cultura. Uno dei caratteri fontamentali della società dell'informazione è inoltre la possibilità di ottenere a domicilio qualsiasi informazione. Il computer entra in casa con una "interazione amichevole" attraverso i passatempi, diviene poi l'informatore di tutto e lo strumento per consultare lo scibile umano. Con tecniche raffinate, i libri a loro volta diventano multimediali e interattivi, coinvolgono i lettori, rispondono alle loro domande, offrono loro addirittura una realtà virtuale, sostitutiva della fantasia e dell'immaginario.

Le biblioteche poi, trasformando l'antica catalogazione manuale, sembrano diventare un unico libro consultabile simultaneamente e a distanza attraverso la rete telematica. La stessa ricerca scientifica è favorita dal collegamento possibile e catalogato con le varie biblioteche del mondo, anche se si delineano altri problemi, fra i quali quello dei diversi contesti e linguaggi, che rendono difficile la comprensione. Verso il 2040, scrive il direttore dell'UNESCO Federico Mayor Zaragoza, avremo duecento milioni di libri diversi ed un medico, per leggere tutto ciò che si scrive di biomedicina, dovrebbe impiegare 55 secoli di tempo (19).

I problemi, come si vede, sorgono circa la selettività delle notizie per difendersi dalla cosiddetta "informazione spazzatura", dalla possibile crescita dei bisogni artificiali, dall'"isolamento informato" e da altri pericoli che sembrano svuotare di risultati qualitativi la grande offerta quantitativa (20). Le questioni principali di tale prospettiva sono fondamentalmente due. Dal punto di vista dei singoli non vi è dubbio che nuove possibilità richiedano livelli maggiore di responsabilità. Nessun progresso scientifico e tecnico può produrre un'autentica crescita se non è accompagnato da una finalizzazione della tecnica, compito questo esclusivo dell'uomo. Dal punto di vista sociale è da osservare che il sistema informatico telematico è per sua natura centralizzato, anche se i suoi servizi sono di massima estensione. Molti autori, perciò, denunciano il pericolo del cosiddetto "totalitarismo elettronico" (M. Foucault): le persone sono controllate tramite un'ipotetica torre centrale di controllo secondo l'affermazione "sempre visti, senza mai vedere"; anzi, senza neppure la ipotetica torre di controllo, attraverso la carte di credito, le schede telefoniche, i biglietti del traffico, i moduli della sicurezza sociale, le impronte digitali, i registri delle biblioteche e così via (Mark Poster) (21).

d) L'antropologia. L'interrogativo più inquietante è se l'informatizzazione interattiva modifichi l'uomo stesso, il suo modo di pensare e di agire. Già il diffondersi della comunicazione di massa aveva stimolato nell'uomo nuovi sviluppi antropologici. A parte la suggestiva ed insieme fantasiosa concezione di Marsall McLuhan, che vedeva gli strumenti del comunicare come protesi umane che ingigantivano l'utente (22), sono evidenziate dagli autori alcune tendenziali modificazioni di carattere antropologico: la prevalenza del sistema sensoriale visivo-cinesico su quello orale-uditivo; l'affermazione di relazioni artificiali su quelle interpersonali; il peso argomentativo del sentire sul dimostrare (23). Il dato più rilevante oggi sembra essere le trasformazioni avvenute delle categorie spazio e tempo, le quali caratterizzano la vita umana. Lo spazio si è dilatato ed il tempo frantumato e l'individuo sembra potersi rifugiare al di fuori di essi con il "virtuale", ossia fuori del tempo e dello spazio.

Gli "spazi" del passato, luoghi di sicurezza e di identità come il paese e la casa, si sono rotti e nell'esperienza dello sradicamento affiora il gusto della trasgressione. Ciò consente di vivere in contemporaneità la globalizzazione, ma anche la difficoltà di fare spazio all'alterità, di accettare la diversità, rinunciando sia alla omologazione sia al rifiuto o alla soppressione.

Altrettanto avviene del tempo, che tende ad appiattirsi sul presente cancellando il passato e il futuro. In questa esperienza ancora una volta si moltiplicano le possibilità, ma vengono meno sia la coerenza, sia il senso dell'agire secondo uno scopo. Potremmo dire che la nuova situazione richiede un supplemento di etica, per dare un'anima a un uomo caricato di possibilità e quindi di responsabilità.

e) La società. Le nuove tecnologie ripropongono il problema del potere, che in passato è stato risolto con la partecipazione critica e che oggi richiede una estensione generale per quanto è possibile della fruibilità diretta a tutti di tali strumenti ed insieme la possibilità di poter verificare la trasparenza di una struttura informativa tendenzialmente a carattere monopolistico o oligopolistico (24). E' un nuovo equilibrio dinamico da creare nella società, nella quale sempre meno ha valore un potere centrale e sempre più si affermano reti nelle quali le capacità di agire insieme diventa una nuova forma di potere. Tutto ciò pone l'urgenza di una alfabetizzazione telematica in modo da diminuire il gap fra addetti ai lavori e utenti, fra anziani e giovani. Le notizie colte al volo, di seconda o terza mano rappresentano un serio pericolo manipolativo o di distorsione. Se l'assenza di barriere all'accesso è la prima garanzia di democraticità, l'accesso ai contenuti da parte di tutti diviene l'obiettivo per una società democratica (25). Nel momento presente, in cui la globalizzazione passa attraverso le vie dell'informatizzazione interattiva, è indispensabile operare affinché non si creino nuove disuguaglianze e nuove forme di dominio.

3. Problemi di etica dell'informazione

La società dell'informazione, prodotta in larga parte dall'introduzione massiccia delle tecniche informatiche e telematiche, non è una realtà estranea alla società che l'ha prodotta. La tecnologia non ha mai vita autonoma; essa è un prodotto umano ed è una costruzione sociale (26). Di conseguenza, nella società essa trova la sua spiegazione e dalla società deve ricevere orientamento. E' inutile pertanto dilungarci sul dibattito, di scarso interesse, se il modello di società dell'informazione sia originale o meno, mentre risulta fondamentale il problema dei fini "in un epoca che ha largamente accettato il predominio dei valori tecnici ed economici in cui ha valore soltanto ciò che significa efficienza, che offre maggiore potere di controllo, maggiori profitti o maggiori scelte per i consumatori" (27). L'aumento del potere da parte dell'uomo è sempre conquista, ma diventa pericolo ed alienazione quando diventa "fine e mito", quando si colloca in una specie di "vuoto morale", privo di uno schema reciproco di diritti e di doveri (28). Se l'uomo non rimane nella società "fine e criterio", le nuove tecniche di portata cosmica possono mettere in pericolo la sua sopravvivenza.

Nasce così quella responsabilità sociale che, secondo Sebastiano Maffettone, farebbe capo ai valori comuni dell'uomo, "come la sua predisposizione all'amicizia, il suo bisogno di mutuo riferimento e affidamento negli altri, la sua necessità di condividere esperienze ed argomenti valutativi" (29). Sarebbero quei valori senza dei quali uno si autoescluderebbe dalla vita sociale. E' sufficiente questa prospettiva per enucleare una riflessione etica sulla società dell'informazione? Ci sembra più fondativa l'affermazione di Hans Jonas, il quale ritiene il rispetto e la solidarietà nei confronti dell'altro costitutivi della stessa persona umana, per cui la chiusura interessata diviene distruzione dell'uomo stesso nella sua intima essenza (30). Persuasivo ancora è il riferimento alla trascendenza umana. E' questa una esperienza attraverso la quale il credente recupera l'etica dell'intenzione, facendo esperienza del limite e conseguentemente del bisogno di Dio e degli altri. Il pericolo maggiore potrebbe derivare dal porre in alternativa tecnica e politica, o dall'assorbimento di una da parte dell'altra. Nel campo dell'informatica, non dimentichiamolo, ci sono interessi consolidati che possono offuscare il bene comune che non è vendibile. Si tratta allora di individuare l'idea di sviluppo dell'uomo e dei popoli socialmente adeguato alle nuove tecniche, vedendo in esse solo una nuova ed enorme possibilità. I temi etici che si configurano allora potrebbero ruotare attorno a due grandi poli, da un lato la possibilità reale, come abbiamo detto, di utilizzo attivo e passivo di queste tecniche da parte di tutti e dall'altro l'uso di esse a servizio dello sviluppo delle persone e delle culture e non della loro mortificazione o annientamento a vantaggio di qualcuno.

Circa il primo tema, cioè l'utilizzo attivo e passivo, il problema, si è osservato, non è solo di far giungere a quanti più possibile le informazioni, ma di consentire a tutti di essere soggetti attivi: "l'uomo deve avere - scrive Federico Mayor Zaragoza - una rete a sua disposizione, della sua individualità ai diversi livelli di associazione, fino a raggiungere il mondo nel suo insieme" (31). Solo così è possibile evitare che queste tecniche non siano utilizzate per il predominio degli uni sugli altri. L'argomento però è più complesso di quello che a prima vista può sembrare. Si tenga presente che non sempre la quantità dell'informazione è funzionale alla cultura, proprio perché l'informatizzazione consente di unire le informazioni specifiche, ma non di inquadrarle automaticamente in un contesto. Oggi viviamo un paradosso: possiamo in un mese avere le informazioni che uno all'inizio del secolo otteneva in una vita, ma siamo incapaci di utilizzarle. Ecco perché la capacità di ricondurre le informazioni ad un quadro di riferimento diventa importante. Osservazione analoga va fatta circa il linguaggio usato e i sistemi più o meni sofisticati di codificazione, i quali limitano l'uso agli addetti ai lavori oppure creano barriere interessate che impediscono la compatibilità. Un utilizzo generale pertanto richiede nuove professionalità in grado di svolgere una intermediazione tra i sistemi convenzionali di informazione e l'utente. Se il linguaggio tecnico non è mediato, diviene una imposizione che finisce per manipolare l'utente (32).

Circa il secondo tema, cioè quello relativo all'utilizzo di queste tecniche per lo sviluppo delle persone e delle culture, il pericolo maggiore è rappresentato dalle possibili nuove forme di colonizzazione. Abbiamo accennato come non pochi autori paventino un totalitarismo elettronico (M. Foucault), dovuto all' alto costo di tali tecnologie e alla società dell'informazione, nella quale non diminuiscono certo il centralismo, i monopoli, le disuguaglianze. Ogni volta che viene offerto un nuovo servizio a domicilio aumentano le informazioni raccolte sugli interessati. E' noto poi che il mezzo migliore per controllare la delinquenza è quello di controllare tutti (33). Nasce così la società dei dossier, al posto delle relazioni interpersonali (34). Il tema si fa ancor più acuto se esteso alla vita delle persone e allo sviluppo delle culture. Non vi è dubbio che nella società dell'informazione i problemi della "privacy" si moltiplicano. Le notizie raccolte e memorizzate ai fini dei servizi accennati possono essere utilizzate dal potere sia legale che illegale, senza che l'interessato abbia alcuna protezione. Nei confronti delle culture, infine, che sono parte integrante della personalità, assistiamo ad un progressivo accantonamento del particolare in funzione di una presunta cultura universale, che è solo artificiale, costruita su esigenze tecniche economiche, anziché su autentiche necessità umane. Ci sono degli autori che ritengono utile il superamento delle culture per l'integrazione dei popoli e per la pace (35). Se indubbiamente le chiusure sono state in passato causa di guerre e lo sono tuttora, la loro distruzione non creerebbe la pace, perché senza tradizioni i popoli si troverebbero privi di identità e cederebbero ancor più facilmente alla tentazione della violenza (36). La strada invece è di aprire i popoli, ricchi delle rispettive culture, al dialogo nel quale ciascuno si riconosce abbastanza ricco per poter offrire qualche cosa agli altri ed abbastanza povero per aver bisogno di essi.

4. Ordine mondiale dell'informazione

Lo sviluppo dei mezzi di informazione e di comunicazione ha trasformato radicalmente su scala planetaria il panorama sociale, culturale e politico. Alcune ricerche sociologiche rilevano come la televisione sia divenuta surrogato di una "socialità bloccata", come la mancanza di informazione costituisca una nuova forma di povertà, come il possesso degli impianti televisivi sia divenuto il primo obiettivo strategico delle rivoluzioni.

Per i singoli cittadini e per i popoli un nuovo fondamentale diritto appare: il diritto di essere informati e di poter partecipare alla informazione. Per questo già nel 1976 gli Stati membri dell'Unesco a Nairobi stabilirono come problema chiave della società il rapporto tra informazione e partecipazione, rapporto inscritto dentro l'idea stessa di democrazia (37). Secondo Federico Mayor Zaragoza gli squilibri informativi infatti dividono nel mondo i popoli: "il numero ridotto di Paesi sovrasviluppati e sovrainformati dalla immensa maggioranza degli altri, di difficile sviluppo e più o meno sottoinformati. Il primo gruppo trasmette l'80% del volume delle informazioni mondiali che provengono principalmente da cinque grandi agenzie, le quali destinano meno del 25% di questo volume ai problemi del secondo gruppo" (38). Si parla, come si vede, di un nuovo colonialismo di tipo culturale, proprio perché con l'informazione passano stili di vita, cultura, prodotti. Non può non porsi allora il problema di un nuovo ordine internazionale, in grado di perseguire l'equilibrio tra l'affermazione creativa di tutti i popoli ed il riconoscimento del destino comune dell'umanità. L'accesso all'informazione diviene, perciò, una necessità sociale e culturale del nuovo ordine internazionale.

E' noto come proprio le divergenze su tale argomento siamo state fra le cause dell'uscita dall'Unesco degli Stati Uniti nel 1984 e della Gran Bretagna e Singapore nel 1985, provocando un evidente rallentamento degli accordi sui flussi di informazione (39). Forse tale obiettivo aveva i caratteri dell'utopia. Esso però rimane il problema centrale, che va al cuore della società dell'informazione e che ne mette a nudo gli equivoci. La mancanza di una regolazione politica, ispirata ai "fini", ha dato via libera alle società multinazionali, che evadono le regolamentazioni nazionali e, con sempre maggiore facilità, spostano i capitali dove il costo della manodopera è più basso, vendono i prodotti direttamente ai consumatori, controllano a loro vantaggio e a distanza per mezzo di satelliti raccolti, giacimenti minerali ed altre risorse (40). Per questo Federico Mayor Zaragoza, rifacendosi al terzo articolo delle Nazioni Unite il quale vede nei mezzi di comunicazione gli strumenti per eliminare le incomprensioni fra i popoli e per richiamare l'attenzione dei problemi dell'umanità (41), ritiene essenziale la libera circolazione dell'informazione. "Il nuovo ordine internazionale - egli afferma - (...) deve poggiare necessariamente sull'equilibrio tra l'affermazione creativa di tutte le personalità collettive e il riconoscimento del destino dell'umanità da parte di ciascuna di esse (...). L'accesso all'informazione, concepito come una necessità sociale e culturale, si colloca nella prospettiva di questo nuovo ordine" (42).

Conclusione: informazione e non rumore

Negare il generale benessere raggiunto in Occidente nell'ultimo arco di tempo è faziosità. Perdurano tuttavia sacche di povertà, anche se essa diventa sempre più relativa, cioè caratterizzata dal confronto, essendo stata raggiunta per molti cittadini la cosiddetta "libertà dal bisogno". Si aggrava invece la situazione relativa a quella che Franklin D. Roosvel (1941) definiva "libertà dalla paura" (43), dato che è cresciuta a dismisura la dipendenza reciproca e l'uomo vive nel timore della violenza a livello individuale e collettivo. Tutto questo è conseguenza dell'ampia comunicazione ed interdipendenza mondiale. Se risulta quindi fondamentale oggi l'informazione, alla pari emerge la necessità del dibattito in vista di decisioni politiche condivise, non necessariamente coincidenti con i calcoli delle probabilità, se si ritengono l'uomo e i popoli soggetti del processo storico. Ciò implica il superamento della rassegnazione e l'assunzione di responsabilità, secondo un agire etico capace di ricomporre i frammenti di una società "esplosa", riportando il quantitativo al qualitativo. Sembra ormai conclusa, secondo il XXV° rapporto Censis (1991), la fase del "tutto è informazione" in favore di una maggiore ragionevolezza, in cui ci si limita a dire che "in tutto c'è informazione". Infatti "gridare non significa comprendere; esacerbare il conflitto non significa favorire l'interpretazione. Significa, semmai, incrementare ulteriormente il 'rumore' informativo" (44).






























NOTE

1. Molte sono le pubblicazioni sull'argomento. Fra gli altri, colui che evidenzia il carattere del post-moderno di crisi di legittimazione dei saperi moderni o dei grandi racconti è J. F. LYOTARD, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano, 1985.

2. Cfr. VATTIMO G.-ROVATTI P.A., Il pensiero debole, Feltrinelli, Milano, 1983.

3. Cfr. ARDIGÒ A., Per una sociologia oltre il post-moderno, Laterza, Bari, 1988, pp. 57-85.

4. Romano Guardini mette in guardia da un potere sulla natura acquisito dall'uomo e prospetta il futuro caratterizzato da una gestione etica del potere (GUARDINI R., Il potere, Morcelliana, Brescia, 1956).

5. Cfr. LYON D., La società dell'informazione, Il Mulino, Bologna, 1991, p. 38.

6. MAYOR ZARAGOZA F., Domani è troppo tardi. Sviluppo - istruzione - democrazia, Studium, Roma, 1991, pp. 227-229.

7. LYON D., La società dell'informazione..., p. 11.

8. Cfr. ivi, pp. 25-31; 94-97.

9. Cfr. ivi, pp. 56-76.

10. Cfr. BELL D., The coming of postindustrial society: a venture in social forecasting, Penguin, Harmondsworth, 1974, pp. 114-115.

11. Cfr. LYON D., La società dell'informazione..., pp. 79-110.

12. Ivi, p. 107.

13. Citato ivi, p. 109.

14. TOFFLER A., The third wave, Pan, London, 1980, p. 439.

15. Cfr. MASUDA Y., The information society as post-industrial society, World Futures Society, Bethesda (MD), 1981, pp. 101-103.

16. Cfr. HABERMAS J., Storia e critica dell'opinione pubblica, Laterza, Bari, 1971, pp. 251-263.

17. Cfr. FOUCAULT M., Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino, 1976.

18. LYON D., La società dell'informazione..., p. 165.

19. Cfr. MAYOR ZARAGOZA F., Domani è troppo tardi..., pp. 230-231.

20. Cfr. LYON D., La società dell'informazione..., pp. 207-213.

21. Cfr. POSTER M., Foucault, marxism and history, Polity Press, Cambridge, 1984, p. 103.

22. Cfr. MC LUHAN M., Gli strumenti del comunicare, Saggiatore, Milano, 1967, p. 68.

23. Cfr. BURGALASSI S., Condizioni e stili di vita alle soglie del 2000. Un tentativo di analisi proiettica, in "Giovani realtà. Trimestrale di cultura ed esperienze giovanili", n. 23, a. 1987, pp. 32-34.

24. Cfr. BASSANESE M., L'informo-crazia del futuro tra partecipazione e collaborazione, in DAL FERRO G. (a cura di), I mass-media: nuovo soggetto politico?, Rezzara, Vicenza, 1996, p. 56.

25. Cfr. ivi, pp. 85-86.

26. Cfr. LYON D., La società dell'informazione..., p. 55.

27. Ivi, p. 9.

28. Ivi, p. 170.

29. MAFFETTONE S., Valori comuni, Il Saggiatore, Milano, 1989, p. 35.

30. Cfr. JONAS H., Il principio responsabilità.Un'etica per la civiltà tecnologica, Einaudi, Torino, 1990, pp. 33-114.

31. MAYOR ZARAGOZA F., Domani è troppo tardi..., p. 233.

32. Cfr. ivi, pp. 236-238.

33. Cfr. LYON D., La società dell'informazione..., p. 165.

34. Cfr. ivi, p. 160.

35. "L'uomo è o si avvia ad essere - scrive Pietro Prini - essenzialmente un 'nòmade' senza fissa dimora, non ai margini dell'universo ma proprio perché è dentro il flusso dinamico e continuamente mutevole della materia di cui l'universo è costituito. (...) Il carattere 'nòmade' dell'uomo non è un male o una condizione inibente (...), ma è invece un male tutto ciò che gli impedisce di esserlo veramente" (PRINI P., Spazio e "nomadismo". Il duemila sarà dei nòmadi?, in "Religioni e società", n. 13, gennaio-giugno 1992, pp. 11; 13).

36. Di parere diverso di Pietro Prini è Klaus Eder, che ritiene di matrice illuministica l'idea di una società di cittadini cosmopoliti (Cfr. EDER K., Verso una nuova base della cittadinanza, in "Religioni e società", n. 13, gennaio-giugno 1992, pp. 16-18).

37. Cfr. MAYOR ZARAGOZA F., Domani è troppo tardi..., p. 240.

38. Ivi, p. 241.

39. Cfr. LYON D., La società dell'informazione..., pp. 197-198.

40. Cfr. ivi, p. 199.

41. L'art. 3 della dichiarazione delle Nazioni Unite afferma: "i mezzi di comunicazione, con la diffusione dell'informazione relativa agli ideali, aspirazioni, culture ed esigenze dei popoli, contribuiscono ad eliminare l'ignoranza e l'incomprensione tra i popoli, a sensibilizzare i cittadini di un Paese sulle esigenze e le aspirazioni degli altri, ad assicurare il rispetto e la dignità di tutte le nazioni (...) e a richiamare l'attenzione sui grandi mali che affliggono l'umanità (...)".

42. MAYOR ZARAGOZA F., Domani è troppo tardi..., p. 244.

43. Franklin D. Roosevelt, nel famoso discorso al Congresso americano del 6.01.1941, parlò delle "Quattro libertà" sulle quali il mondo avrebbe dovuto interrogarsi all'indomani della fine della guerra: libertà di parola e di espressione, libertà di religione, libertà dal bisogno, e libertà dalla paura. Queste libertà dovevano, per il presidente americano, essere garantite ovunque nel mondo, vale a dire su una base universale (cfr. SWIDLER L., Diritti umani: una panoramica storica, in "Concilium", 2/1990, p. 186).

44. Cfr. CENSIS, 25° rapporto sulla situazione sociale del Paese 1991, Angeli, Milano, 1991, p. 787.